Nameless Festival 2026, una settimana dopo

Nameless Festival è terminato ormai da più di una settimana e, come facciamo sempre prima di esprimere un giudizio su un festival a cui abbiamo partecipato, preferiamo lasciar passare qualche giorno. Non solo per riordinare le idee, ma anche per metabolizzare tutto ciò che di bello — e di meno bello — abbiamo vissuto. E quest’anno, i pensieri che ci accompagnano sono davvero tanti.

nameless festival logoNella nostra presentazione di Nameless Festival 2026, evento al quale siamo particolarmente legati perché rappresenta una delle poche realtà italiane davvero rilevanti nel panorama dei grandi festival musicali, vi avevamo raccontato come questa edizione fosse stata presentata dagli organizzatori: un nuovo punto di partenza, un vero e proprio “anno zero”. Un concetto curioso per un festival giunto ormai alla sua dodicesima edizione, ma che racchiudeva un messaggio chiaro: ripartire, rimettersi in discussione e costruire qualcosa di ancora più grande.

Il festival, tornato quest’anno a Lecco, si presenta con quattro palchi principali. Il Mainstage colpisce per le dimensioni e per l’imponente utilizzo dei LED wall, mentre il logo centrale appare quasi minimale rispetto alla monumentalità della struttura. Troviamo poi la Fructis Arena, dedicata principalmente ai live e ad altri generi musicali, seguita dalla Nameless Tent, una grande struttura coperta che ospita le sonorità più dure del panorama dance. Una vera goduria, soprattutto durante il secondo giorno.

C’è poi quello che, probabilmente, rappresenta il piccolo fiore all’occhiello dell’edizione 2026: il palco realizzato da Red Bull. Uno stage raccolto e intimo, dotato di audio a 360 gradi, dove si sono esibiti alcuni autentici pezzi da novanta della scena house. Per completezza, va citato anche il palco presentato da Heineken, che offre la possibilità a chiunque di esibirsi. Un’iniziativa che abbiamo apprezzato particolarmente.

Ma veniamo al punto: com’è stato davvero questo Nameless Festival 2026?

Abbiamo letto decine di commenti, recensioni entusiastiche e parole altisonanti in questi giorni. Questa volta, però, preferiamo concentrarci sugli aspetti che secondo noi meritano una riflessione più approfondita. Perché la nostra esperienza non è stata la migliore di sempre.

DISCLAIMER: questo articolo rappresenta esclusivamente la nostra opinione personale. In oltre dieci anni di festival vissuti in giro per il mondo abbiamo visto il meglio e il peggio che questo settore possa offrire. Seguiamo Nameless da molto tempo e ciò che leggerete nasce semplicemente dall’esperienza diretta. Crediamo che una critica costruttiva possa essere uno strumento utile per crescere e migliorarsi. E se davvero il festival è in piena fase di maturazione, allora forse queste osservazioni possono rappresentare uno spunto interessante.

Nameless si presenta in una nuova location e ci sta che non tutto sia perfetto fin da subito. Definire il 2026 come “anno zero” può apparire una scelta coraggiosa, ma anche rischiosa: dopo dodici edizioni le aspettative sono inevitabilmente elevate. Ci piace però pensare che questo nuovo inizio possa davvero diventare il punto di partenza per correggere alcune criticità emerse durante il weekend.

Parcheggi e viabilità

Prima ancora di vivere un festival, bisogna riuscire a raggiungerlo. E purtroppo il nostro primo impatto non è stato dei migliori.

La segnaletica stradale consigliava l’uscita di Civate, indicando la chiusura dello svincolo principale per il Bione di Lecco. Decidiamo quindi di seguire le indicazioni, ma una volta usciti dalla statale ci troviamo completamente disorientati. Nessuna ulteriore segnalazione, nessun punto di riferimento, nessuno a cui chiedere informazioni.

A quel punto ci affidiamo a Google Maps, impostiamo l’indirizzo del parcheggio VIP e, dopo diversi chilometri, riusciamo finalmente a raggiungerlo. Arrivati sul posto, però, la sensazione è piuttosto strana. Più che un parcheggio dedicato a un grande evento, sembra una normale via di paese tra stazione e zona industriale. Un addetto controlla il biglietto all’ingresso, ma per il resto non sembra esserci una vera organizzazione degli spazi. Se fosse stato pieno? Non lo sappiamo.

Lasciata l’auto, ci aspettavamo che un parcheggio definito “VIP” fosse collegato in maniera più diretta all’evento. Invece ci attendono circa dieci minuti di camminata. Nulla di drammatico, ma il percorso potrebbe essere segnalato meglio.

La vera criticità arriva però a fine serata. Allo scoccare della mezzanotte torniamo verso la macchina convinti di uscire rapidamente dall’area. Invece ci ritroviamo bloccati per circa un’ora prima di riuscire a raggiungere la superstrada.

La situazione appare caotica. Nessuno regola il traffico, i flussi pedonali non sono separati da quelli delle auto e le persone si muovono ovunque. Un’autentica confusione che lascia una sensazione poco piacevole al termine di una giornata di festival.

Va comunque riconosciuto che nei due giorni successivi la situazione è migliorata sensibilmente e la gestione della viabilità è apparsa molto più efficace.

Bene, ma non benissimo.


La nostra guida ai festival 2026


Cosa non ha funzionato

Durante la nostra permanenza abbiamo sofferto particolarmente la mancanza di aree relax, posti a sedere e spazi ombreggiati.

Certo, non è colpa di Nameless se il weekend è stato accompagnato da temperature superiori ai 35 gradi. Tuttavia, prevedere qualche zona dedicata al recupero delle energie avrebbe sicuramente migliorato l’esperienza complessiva. Nessuno va a un festival per restare seduto tutto il giorno, ma chi decide di viverlo dall’apertura fino alla chiusura ha bisogno, ogni tanto, di fermarsi e riprendere fiato.

Ad aggravare la situazione c’è stato poi il problema più evidente di tutto il weekend: la polvere.

Il terreno sembrava non essere stato adeguatamente preparato per ospitare decine di migliaia di persone e il continuo passaggio del pubblico da uno stage all’altro ha generato enormi nuvole di polvere.

L’aria, in alcuni momenti, era davvero difficile da respirare.

Il problema non riguardava una zona marginale del festival, ma una delle aree più frequentate, comprendente anche punti ristoro e collegamenti fondamentali tra i vari palchi. Evitare quel passaggio era praticamente impossibile.

Se l’obiettivo è migliorare l’esperienza del pubblico, questo è sicuramente uno degli aspetti su cui intervenire con maggiore urgenza.

Dai, Nameless. Qui basta davvero poco per fare una grande differenza.

La lineup

Anche quest’anno Nameless ha scelto una direzione estremamente trasversale, alternando Dance, EDM, generi più hard ma anche le sonorità più urban e i live.

Una scelta che amplia il pubblico potenziale ma che, allo stesso tempo, rende difficile identificare una precisa identità musicale del festival. Ma questo lo sapevo già.

Continuiamo ad avere la sensazione che la comunicazione attribuisca un peso enorme agli headliner rispetto al resto della lineup, quasi a creare una distinzione tra artisti di prima fascia e tutti gli altri. È una percezione che ci accompagna ormai da diversi anni e che continua a emergere anche nel 2026.

Detto questo, lo sforzo compiuto dagli organizzatori è evidente.

Portare in Italia artisti come Calvin Harris, assente dal nostro Paese da oltre dieci anni, John Summit, probabilmente il nome più caldo della scena elettronica mondiale, e Fisher, autore di uno dei set più divertenti e coinvolgenti dell’intero festival, richiede investimenti enormi e una macchina organizzativa importante.

Sappiamo bene quanto sia complicato assicurarsi certi nomi, soprattutto in un periodo dell’anno che coincide con l’apertura delle residency estive di Ibiza.

Forse, però, una distribuzione più equilibrata dei budget potrebbe consentire di costruire una lineup più coerente e con una direzione artistica maggiormente definita.

E gli artisti italiani?

Continuiamo a chiederci perché alcune eccellenze della scena nazionale vengano sistematicamente ignorate o relegate a ruoli marginali.

Poco convincente anche la scelta dei cosiddetti “Less Names”: tre slot dedicati ad artisti misteriosi che, una volta svelati, hanno portato sul palco Edmmaro, Deadroom (alias di SVDDEN DEATH) e Camoufly.

Se il primo continua a lasciarci piuttosto perplessi, il secondo ha portato sul palco una proposta sonora decisamente estrema e divisiva. Molto interessante, invece, la performance di Camoufly, giovane artista che ci ha sorpreso positivamente.

Forse, anche qui, si potrebbe osare qualcosa di più.

di Fiamma Civillini

Esperienza di ingresso e uscita

Qui, invece, va dato merito all’organizzazione.

Zero code agli ingressi e procedure rapide per accedere all’area del festival. Tutto è apparso fluido, semplice e ben gestito.

Avendo usufruito del parcheggio VIP non possiamo valutare fino in fondo l’esperienza del pubblico generale, ma per quanto ci riguarda il sistema ha funzionato bene, a parte il primo giorno, come detto..

Va inoltre sottolineata la collaborazione con Trenord, che ha permesso a migliaia di persone di raggiungere e lasciare il festival utilizzando il treno. Una scelta intelligente, sostenibile e perfettamente coerente con le esigenze di un evento di queste dimensioni.

Ben fatto.

Prezzi e ristoro

L’offerta gastronomica è ampia e variegata. Abbiamo apprezzato la presenza diffusa di opzioni vegane, senza lattosio e senza glutine, segnale di una crescente attenzione verso le diverse esigenze alimentari del pubblico.

Meno positiva, invece, la nostra esperienza personale con uno degli stand: hamburger troppo cotto, sapore poco convincente e una lunga attesa dovuta a problemi con il POS.

Va detto che nei giorni successivi abbiamo mangiato in altri punti ristoro senza particolari problemi e con una qualità decisamente migliore.

Insomma, probabilmente siamo stati semplicemente sfortunati.

Quello che invece non sembra essere frutto della sfortuna è il livello generale dei prezzi, sempre più vicino a quello dei grandi festival internazionali.

E no, Nameless: non siamo ancora a Miami.

Gli aspetti positivi di un festival in crescita

Nameless Festival 2026 non è stato perfetto. Anzi, probabilmente è stata una delle edizioni che ci ha lasciato più interrogativi degli ultimi anni.

Eppure, paradossalmente, è proprio questo a renderla interessante.

Dietro le criticità emerse a Lecco si intravede infatti un festival che ha ancora voglia di crescere, di sperimentare e di trovare una propria dimensione definitiva.

L’impressione è che quest’anno si sia lavorato molto su alcuni aspetti, lasciandone inevitabilmente indietro altri. Fa parte del processo. Soprattutto quando si decide di ripartire da una nuova location e da un nuovo approccio.

L’anno zero, però, non può diventare un alibi.

Deve essere un punto di partenza. E oggi più che mai Nameless ha l’opportunità di dimostrare che lo è davvero.

Ci vediamo l’anno prossimo a Nameless 2027? Intanto ecco le date per l’anno prossimo, dal 4 al 6 giugno, stessa location. Il festival verrà anticipato dalla winter edition il 13 e 14 febbraio a Barzio.

Biglietti in vendita sul sito ufficiale già da ora.

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